Rewind: “Vulnicura” di Björk

Aspettando il nuovo album di Björk, diamo una ripassata all’ultimo album dell’icona islandese, “Vulnicura“, nella sua edizione deluxe e nella sua edizione strings

Pubblicato su Amazon e Itunes  l’ultima fatica della cantautrice islandese ha subito messo in chiaro le cose, a partire dal titolo – Vulnicura – crasi tutta d’effetto per vulnus, ‘ferita’ in latino, e cura. E l’album non tarda a dimostrare che è di questo che si tratta, questo è l’argomento su cui vertono tutte e nove le canzoni: il dolore umano, nello specifico quello di Björk nei confronti della fine della lunga relazione con l’artista americano Matthew Barney. Un epilogo dolorosissimo, raccontato minuziosamente, mitigato da una rielaborazione che matura per tutto l’arco del disco, attraverso interrogativi retorici e continue richieste di chiarezza e rispetto,le parole che più compaiono nelle tracce dell’album. Raramente si era vista una Björk così a nudo, così brutalmente sincera e disincantata dagli idilli della natura o dalle diavolerie della tecnologia, raggomitolata in una cupezza che si rischiara in pochissime occasioni, che a malapena concede brevi interruzioni al muro di suono creato dai violini per favorire qualche sprazzo di pulsioni martellanti. Sono senza dubbio gli archi i protagonisti dominanti del progetto, arruolati e guidati dalla stessa Björk, a creare il tappeto volante sul quale si adagiano i virtuosismi della cantante e i colpi sferzanti inferti dal collaboratore venezuelano Arca. A partire dal singolo stupefacente Stonemilker, apripista avvolgente che evidenzia il dolore vivo dell’elfo nordico, che decanta la sua ferita aperta richiedendo a gran voce chiarezza (Who is open-chested /And who has coagulated/ […] show me emocional respect) , incapace di metabolizzare la ferita lacerante che avverte (What is it that I have / That makes me feel your pain / Like milking a stone / To get you to say it ), passando per l’altrettanto straordinaria Lionsong, che inizia a mo’ di estratto da Medulla e si lascia attraversare poi da un dedalo epico e solenne di violini che irrompono ipnotici a sottoscrivere le strofe pungenti del testo (I smell declarations of solitude), roboanti in alcuni tratti e in altri dolci e disarmanti (Once it was simple, one feeling at a time).

E dopo un’introduzione faraonica, talmente bella da sembrare eterna, con History of touches si tocca l’etereo, l’ovattato, il contrappunto ai tocchi di cui parla l’artista, che ripercorre cronologicamente l’ultima occasione in cui lei e il compagno sono stati insieme, come in un istante rivissuto bloccato nel tempo (Every single fuck we had together is in a wondrous time lapse).Accade poi che si raggiunga l’apice dopo sole tre tracce, che la Regina in questione si scarnifichi completamente per comporre il suo personalissimo Requiem aeternam, in una processione di violini corposa, funebre, inscatolati in un incanto commosso, traslucido, compatti a creare una nenia di dieci preziosissimi minuti. Vero e proprio gioiello della discografia, Black lake si proietta negli annali pronta a essere ricordata dai posteri come traccia perfetta, mix ineccepibile della poetica Bjorkiana: chi potrebbe non amare l’intermezzo techno a piena sorpresa, irrorato da beat caustici senza tregua, in seguito al quale la cantante si lascia andare all’ arrendevolezza cantando My heart is enormous lake / Black with potion /I am blind /Drowning in this ocean ? Black Lake è la summa della’analisi chirurgica di Björk al suo sentimento (Did I love you too much?/ Devotion bent me broken) al termine della quale, affranta, ritorna a casa come un jet nell’ amarezza della veglia.

Il discorso continua con l’assertiva Family in cui un’angoscia allucinata si lega epidermica a una rabbia concreta, reale: è la storia di una famiglia in disfacimento, che ha un padre, una madre e una figlia, ma non un marito e una moglie, è una fotografia scolorita della sua attuale situazione. Una speranza, un bagliore, comincia a farsi strada da questo punto in poi, traghettata proprio da un prurito tenue di violino: I raise a monumento of Love/ It will make us a part of/ This universe of solutions/ This place of solutions /This location of solutions. Come un punto di sutura, Björk erige un muro di suono impenetrabile, un labirinto forsennato di occasioni e di diapositive. Ed è con Notget che la svolta comincia a compiersi: in un’esplicita dichiarazione di incomprensibilità la cantante chiede che non venga rimosso il suo dolore, poiché è l’unica sua possibilità di guarire, con un finale commovente in cui, tra suoni compressi e Sali-scendi di violini schierati come forze armate, viene ripetuto che l’amore ci terrà al sicuro dalla morte, un mantra disperato che si disperde nell’ eco sottovoce.E’ il turno poi dell’ingresso della voce celestiale per eccellenza, quella di Anohni che si inserisce nella seconda parte della canzone Atom dance, un’invocazione a tutti coloro che soffrono per amore (No one is a lover alone/ I propose an atom dance), staccandosi dall’ apparato precedente dell’album. I suoni si alleggeriscono, mescolandosi con più lucentezza, la speranza comincia a inserirsi per disinfettare la ferita (il vulnus), verso la conquista di una cura provvisoria (You are my second hemisphere). Una traccia meravigliosa, ma che lascia un senso di estraneità sottopelle: che fosse pensata per Biophilia e successivamente riciclata per Vulnicura?Arriva poi l’ insigne Mouth mantra, un concerto in minore, pasticciato con interventi elettronici che ancora una volta seguono paralleli i binari percorsi dagli archi con grande efficacia. Qui Björk rivive il disagio della mancanza di dialogo, con sguardo scientifico, consapevole (My throat was stunned/ My mouth was so numb/ Banned from making noise).

Si intuisce di essere prossimi all’epilogo, si fa un passo oltre verso la presa di coscienza: I have followed a path/ That took sacrifices/ Now I sacrifice this scar / Can you cut it off? L’opacità sembra scemare lievemente, nonostante la crudezza dell’afonia, una nuova nitidezza appare incerta all ’orizzonte.Il cerchio si chiude con Quicksand, una tempesta scompaginata di suoni sovrapposti degna dei tempi aurei di Homogenic. E’ una traccia dedicata alla madre, scritta nel 2011 in seguito a un suo grave arresto cardiaco e proprio con una furia indomita Björk trova la luce in fondo al tunnel, la chiave di volta per alleviare l’incurabile ferita d’amore: When we’re broken, we are whole/ when we’re whole we are broken. Quando noi (noi donne? Noi madre-figlia? Noi umani?) siamo infranti, siamo completi, quando noi siamo completi siamo infranti.Sì, Vulnicura è un’esegesi di una separazione dolorosa, tormentata, in cui la guerriera dei geyser si mostra in tutta la sua fragilità umana, senza troppi travestimenti pop e nemmeno futuristici, in barba a tutte le etichette che la vorrebbero confinata e statica in un solo genere. E’ un disco che si lascia ascoltare come il canto delle sirene, costringendo chiunque lo ascolti a essere rapito e poi stregato dalla furia incessante dei suoni, dall’ atmosfera sporca e al contempo aulica, terrena e barocca, dallo spago che tiene uniti tutti i tasselli del loro distanziamento. Björk non solo è tornata: si è guardata dentro a lungo e l’universo di possibilità da lei realizzabili – ha dichiarato con questa perla di rara bellezza – è veramente vastissimo, quasi infinito.

Temprata come sempre dal suo desiderio di inventare, riscoprirsi e fare musica di qualità scevra da etichette ha anche pubblicato una versione acustica.  La parola acustica, però, per la nostra stacanovista amante delle passeggiate nella sterminata tundra islandese non ha nulla a che fare con chitarre e accordi/ viatico per la serenità dell’animo; sono violini e viola organista a dominare la scena, a erigere il muro del suono che rende l’album l’ennesimo capitolo inclito di una discografia ormai consacrata a essere un exemplum humanitatis per tutte le generazioni di musicisti e non a venire. Perché non è tanto l’amore irrefutabile che ogni fanatico dell’artista in questione nutre alla radice a muovere queste parole, quanto più l’evidenza di un’intenzione commovente e mirifica di sperimentare, sperimentare e sperimentare. Chi potrebbe suonare, ad oggi, servendosi della viola organista? Chi potrebbe suonare le proprie canzoni con lo strumento che ha impiegato tre anni della vita del compositore Sławomir Zubrzycki nella costruzione dell’ ibrido progettato da Leonardo Da Vinci nel suo Codice Atlantico? Lei, soltanto lei, verrebbe da rispondere. E forse non si hanno tutti i torti.

L’album, teso a mostrarsi più ferino ed essenziale, apre le danze con la traccia più devastante dell’album, quella Mouth Mantra che nella fatica originale esplodeva apocalittica di mille riverberi, qui snellita del clima infernale e preziosamente impermalita tra lacrime nebbiose. Lionsong non dimentica la sua statura primordiale, si imbozzola nel suo cuore embrionale e ancora risplende di dichiarazioni di solitudine. La traccia simbolo Black lake, invece, deprivata dai beats che ne accendevano i toni baroccamente disperati, suona legnosa e basilare. Non è lo stesso per Atom Dance che volteggia come una ballerina di Edgar Degas e si infrange quando la voce di Antony Hegarty fa il suo ingresso ad accompagnare le giravolte.Stonemilker è la capoclasse che non teme alcuna variazione e suona come dal primo ascolto una ciclopica dichiarazione d’amore alla Musica, qui più cristallina e delicata, ma sempre straordinariamente romantica (ovvero sia ‘propria del Romanticismo’). Quicksand, al contrario, è il brutto anatroccolo che la nostra Andersen di Reykjavík non riesce a trasformare in cigno. Ma pazienza: tocca a Notget arieggiare le stanze, con i suoi archi incalzanti, impavidi, magniloquenti. E in questa veste, con l’intenzione originaria, l’All is full of love che ha svezzato molti bjorkiani di lunga data, scaglia tutta la sua tenebrosità nei timpani nel duro e crudo Love will keep us safe from death.

Spiazzano Family, che diviene un trip coscienzioso e accurato verso la pace più celeste e le vette più turchesi della propria anima, History of touches, inspiegabilmente la grande assente dell’album e la versione viola organista di Black lake, troppo incantevole per essere vera.Si arriva un faraglione più lontani dall’ultima volta: nella nudità del progetto risiede tutta la genialità pura di Björk, che abituata a impreziosire e a intricare partendo da melodie canticchiate, ha questa volta scelta di andare al fulcro di se stessa, svelandoci il cuore che sanguina, la ferita aperta. Proprio quella che appariva nella copertina dell’album.

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